La prosa del "Principe": struttura e stile

    Letteratura e teatro

    Lo stile del Principe √® quello tipico di Machiavelli: concreto, ricco di paragoni e similitudini, con moltissimi riferimenti al tempo in cui vive ma anche all’et√† classica. Non usa termini aulici ma parole tratte dal fiorentino parlato: solo nella Dedica e soprattutto nel capitolo finale il tono √® solenne e ricercato. I titoli dei capitoli sono in latino, con una traduzione fatta probabilmente da Machiavelli stesso, perch√©, secondo l’usanza del tempo, scrivere le opere o almeno dare titoli in latino, serviva a dare loro in quanto dignit√† e prestigio.

     

    Nella sua Introduzione al Principe, Federico Chabod[1] stabilisce uno stretto rapporto fra la struttura e lo stile dell’opera, fra il ragionamento che Machiavelli intende sviluppare e le modalit√† di scrittura che usa per esprimerlo. In quest’ottica spiega la presenza nella prosa di aspetti apparentemente contrastanti: i sottotitoli in latino e le espressioni classicheggianti, le forme dialettali, i periodi spezzati, le immagini di grande forza emotiva. La tradizione, l’emozione e l’immaginario si fondono insieme per dare forza comunicativa al rigore logico delle sue tesi:

     

    E come rapido √® l’aprirsi della mente, come serrato il ragionamento, come intensamente drammatico il pensiero, cos√¨ immediata, incisiva, vivacissima l’espressione formale. Solo, i titoli dei vari capitoli sono in latino: Niccol√≤ non vuole, e lo dice a chiare note, far opera d’arte, egli vuol risvegliare sapienza politica, non finezza letteraria, convincere, non farsi applaudire, muover fortemente l’animo, non placarlo nella eleganza dello stile. E pertanto √® giusto incorniciare la trattazione nel grave assetto di forme cancelleresche: che ti devono dare un’impronta di seriet√† e di calma razionale al dettato, e contenere la vivacit√† del sentimento, onde l’opera possa effettivamente divenire grata lettura ai governanti. Poi parole latine, forme curialesche, espressioni che riecheggiano il diritto classico[2] ti appresentano nel vivo Niccol√≤ il quale, nel comporre, si afferra immediatamente alla parola come gli riecheggia nell’orecchio dopo lunghi conversari di molti anni con i colleghi di cancelleria e gli uffici della Repubblica, e vi trasfonde la spontanea vivacit√† dell’animo suo; cos√¨ nella parola latina, buttata l√¨ tra le due frasi, avverti il compenetrarsi strettissimo del ricordo e del sentimento, della tradizione e della vita d’ogni giorno.

     

    Ma ecco, le forme dialettali[3] appaiono a loro volta: alla espressione pi√Ļ contegnosa succede la schietta parlata del popolo, vivacissima, fresca e rapida, com’√® vivace e rapido il pensiero. E poi il periodo si spezza; anacoluti[4] fortissimi ti fanno stare, a momenti, in sospeso; trapassi da un soggetto all’altro, dal singolare al plurale, bruscamente: eppure il ragionamento ti appare sempre chiaro e serrato, poi che quel che ben √® presente allo scrittore √® il motivo fondamentale in cui si insinuano questi particolari, accettati solo in quanto valgano a colorir meglio il pensiero centrale.

     

    In certi punti la forma si schiarisce o nell’ironia profonda, cos√¨ fine e compiuta ch’√® tutta racchiusa tra il soggetto e il verbo, e non bisogna di aggettivo alcuno per colorirsi o nell’imprecazione dolorosa, che trae la sua concitazione e la sua forza da quattro participi su cui cade l’accento; la virt√Ļ artistica del Machiavelli sdegna l’aggettivo, l’ornamento, √® la forza della parola nuda e schietta a creare da sola l’immagine.



    [1] Federico Chabod (1901-1960), storico e politico italiano, si laure√≤ nel 1923 presso la facolt√† di Lettere dell’Universit√† di Torino con una tesi su Machiavelli, da cui trasse il saggio “Introduzione al Principe” (1924), di fondativa importanza anche ai nostri giorni.

    [2] Alcuni esempi. Latinismi: “respetto”, “etiam”, “ostare”, “fraude, “iniurie”, “imperio”; Costruzioni corrispondenti all’ablativo assoluto latino: “Sbattuti e Colonnesi”, “Acquistata adunque el duca la Romagna”

    [3] Ad esempio, nelle espressioni “non saprei quali precetti mi dare migliori” e “partigiani loro amici sua”, l’uso riflessivo di “dare” e “sua” al posto di “suoi” sono tipici del fiorentino parlato.

    [4] Anacoluto: √® una figura retorica, diffusa nel linguaggio comune, nella quale non viene volutamente rispettatala la regolarit√† sintattica della frase. Un esempio nel Principe (Cap. XXV): “Da questo ancora depende la variazione del bene, perch√©, se uno che si governa con respetti e pazienzia, e tempi e le cose girono in modo che il governo suo sia buono, e' viene felicitando”.

     

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