"Sei personaggi in cerca d’autore"

    Letteratura e teatro

    Il dramma narra come, durante le prove di un’opera teatrale, Il gioco delle parti, dello stesso Pirandello, irrompano nel teatro, sotto gli occhi sbigottiti del capocomico e degli attori, sei “presenze” tra il reale e l’immaginario: il padre, la figliastra, la madre, il figlio, il giovinetto, la bambina. Il fatto stesso che non abbiano un nome, ma che vengano indicati soltanto con il ruolo che rivestono nella storia rientra nel loro carattere di personaggi partoriti dalla mente dell’autore alla ricerca di una realizzazione sulle scene, che è anche l’unica realizzazione esistenziale per loro possibile. La labilità del confine tra realtà e illusione, tra la mutevolezza dell’uomo e la fissità del personaggio, è espressa bene da una battuta del padre che sta dialogando con il capocomico:

     

    Il padre. Se la sua realtà può cangiare dall’oggi al domani…

    Il capocomico. Ma si sa che può cangiare, sfido! Cangia continuamente; come quella di tutti!

    Il padre (con un grido). Ma la nostra no, signore! Vede? La differenza è questa! Non cangia, non può cangiare, né esser altra, mai, perché già fissata ­‒ così ‒ «questa» ‒ per sempre ‒ (è terribile, signore!) realtà immutabile, che dovrebbe dar loro un brivido nell’accostarsi a noi![1]

     

    Sarà da notare, in queste battute, l’uso della forma cangiare al posto di “cambiare” mentre, in altre opere, Pirandello usa la forma più moderna; queste alternanze, come giovine e giovane, giuoco e gioco, maraviglia e meraviglia sono frequenti nella prosa di questo scrittore, così come più in generale sono frequenti nella prosa dei primi decenni del secolo[2].

    I sei personaggi, che vogliono mettere in scena la loro vicenda di tragica aberrazione, perché questo è l’unico modo dato loro per esistere, aprono uno squarcio irreparabile nelle convenzioni teatrali che, secondo l’esperienza di Pirandello, non fanno altro che deformare la verità del personaggio, come è stato concepito dall’autore. Questa scomposizione dei meccanismi e delle convenzioni teatrali che si aprono a una differente dimensione scenica dà luogo alla creazione di un “teatro nel teatro” (fenomeno detto anche “metateatro”), una concezione che verrà ripresa dal successivo teatro d’avanguardia. L’ingresso stesso dei personaggi ne è un esempio significativo:

     

    L’Uscere del teatro sarà intanto entrato nella sala, col berretto gallonato in capo e, attraversato il corridojo fra le poltrone, si sarà appressato al palcoscenico per annunziare al Direttore-Capocomico l’arrivo dei Sei Personaggi, che, entrati anch’essi nella sala, si saranno messi a seguirlo, a una certa distanza, un po’ smarriti e perplessi, guardandosi attorno.[3]

     

    I veri protagonisti di questo dramma non escono dalle quinte sul palco, già occupato dalla compagnia che deve provare Il gioco delle parti; entrano semplicemente dall’ingresso, attraversano la sala come fanno gli spettatori che cercano il loro posto, facendo così cadere la cosiddetta “quarta parete”, cioè quel muro invisibile che separa, secondo le convenzioni acquisite, la scena dal pubblico.

    Ma l’innovazione teatrale suggerita da Pirandello si spinge ancora più in là. Nel corso del primo atto, quando ancora i personaggi si stanno proponendo al capocomico, questi manifesta una forte perplessità circa la possibilità di rappresentare un dramma senza il copione, quasi all’impronta:

     

    Il capocomico. Lasciamo andare, lasciamo andare! ‒ Capirà, caro signore, che senza l’autore... Io potrei indirizzarla a qualcuno...

    Il padre. Ma no, guardi: sia lei!

    II capocomico. Io? Ma che dice?

    Il padre. Si, lei! lei! Perché no?

    Il capocomico. Perché non ho mai fatto l’autore, io!

    Il padre. E non potrebbe farlo adesso, scusi? Non ci vuol niente. Lo fanno tanti! Il suo compito è facilitato dal fatto che siamo qua, tutti, vivi davanti a lei.

    Il capocomico. Ma non basta!

    Il padre. Come non basta? Vedendoci vivere il nostro dramma...

    Il capocomico. Già! Ma ci vorrà sempre qualcuno che lo scriva!

    Il padre. No ‒ che lo trascriva, se mai, avendolo cosi davanti ‒ in azione ‒ scena per scena. Basterà stendere in prima, appena appena, una traccia ‒ e provare![4]

     

    L’idea di un teatro che non nasca dalla pagina scritta, ma che inverta il percorso consueto, traducendo in scrittura ciò che avviene sulla scena, è un elemento di grande modernità, che è diventato la pratica consueta di molte sperimentazioni attuali: basti pensare al teatro di narrazione di Marco Paolini, Ascanio Celestini e molti altri. La ragione, perfettamente intuita da Pirandello, consiste nel fatto che sulla scena le intonazioni, i gesti, i movimenti degli attori tendono a fondersi in un linguaggio complessivo che si può creare solo nella rappresentazione. Un linguaggio che, nonostante subisca inevitabili modifiche ad ogni messa in scena, può essere trascritto per formare un testo: da ciò, la contrapposizione tra il verbo scrivere, usato in queste battute dal capocomico e il verbo trascrivere, usato dal personaggio del padre. Questo procedimento di creazione di un testo a partire dall’evento scenico è stato denominato «drammaturgia consuntiva» da un importante studioso di teatro, Siro Ferrone, che però si riferisce alle sperimentazioni di oggi.



    [1] Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore. Enrico IV, Milano, Mondadori, 1986², p. 107.

    [2] Cfr. Pietro Trifone, L’italiano a teatro. Dalla commedia rinascimentale a Dario Fo, Pisa-Roma, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 2000, p. 96.

    [3] Luigi Pirandello, Op. cit., p. 36.

    [4] Ivi, p. 66.

     

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